Chi ha vissuto gli albori del web se lo ricorda bene: si scriveva la mail con calma, offline, magari in un file di testo; poi si accendeva il modem, si incollava il testo, si inviava, e si staccava subito. Ogni minuto di connessione costava, e quindi si arrivava online già pronti, con le idee chiare.
Ha senso, oggi, recuperare quella disciplina con l’intelligenza artificiale? Dopo aver scritto del maxi impatto ambientale dell’AI, la domanda mi sembra inevitabile: se il problema è culturale prima che tecnologico, cosa possiamo fare noi, concretamente, ogni giorno, in classe e fuori?
La risposta breve è: sì, ha senso. Ma per una ragione un po’ diversa da quella di allora.
Con il modem pagavamo il tempo di connessione. Con l’IA il tempo che passiamo a pensare davanti alla chat non consuma quasi nulla: quello che consuma è il lavoro del modello, cioè ogni risposta che genera. E qui ci sono tre cose che forse alcuni non sanno:
- Ogni tentativo è un nuovo calcolo. Dieci prompt approssimativi, con correzioni e “rigenera”, costano circa dieci volte un prompt ben pensato.
- Le conversazioni lunghe pesano di più. A ogni nuovo messaggio il modello rilegge tutto ciò che è stato scritto prima: una chat trascinata per ore su argomenti diversi diventa via via più “pesante” da elaborare.
- Non tutti gli usi sono uguali. Una domanda testuale semplice è leggera; una risposta lunghissima, un modello di “ragionamento” avanzato, la generazione di immagini e soprattutto di video richiedono molta più energia.
Per dare un ordine di grandezza: Google ha stimato che un prompt testuale “medio” su Gemini consumi circa 0,24 Wh, e OpenAI ha dichiarato un valore simile (0,34 Wh) per ChatGPT: più o meno una lampadina LED accesa per un paio di minuti. Sono numeri piccoli, e contestati da diversi ricercatori perché calcolati dalle aziende stesse e con metodi non del tutto trasparenti. Ma il punto non è il singolo prompt: è la scala. Miliardi di richieste al giorno, e un settore — quello dei data center — che secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia potrebbe raddoppiare la sua quota di consumo elettrico mondiale entro il 2030.
Quindi: niente sensi di colpa per una domanda a un chatbot. Ma nemmeno l’illusione che sia gratis.
Scrivere il prompt prima, con calma, in un documento o perfino su carta, e inviarlo solo quando è completo, fa bene due volte:
- fa bene all’ambiente, perché riduce tentativi, correzioni e rigenerazioni;
- fa bene al pensiero, perché obbliga a chiarire cosa si vuole davvero, per chi, in che forma.
Un prompt ben fatto, in fondo, è un piccolo esercizio di scrittura argomentativa: contesto, scopo, destinatario, vincoli, formato. Chi insegna italiano (e non solo) riconosce subito il valore di questa operazione. Non è un caso che i prompt migliori nascano quasi sempre da una brutta copia.
Senza pretese di completezza, ecco alcune abitudini semplici, un piccolo decalogo sulla sobrietà AI:
- Pensa prima, invia una volta. Scrivi il prompt offline, rileggilo, poi invialo.
- Metti tutto nella prima richiesta: contesto, obiettivo, destinatario, lunghezza e formato della risposta.
- Chiedi risposte della lunghezza che ti serve. “In cinque righe”, “in un elenco di tre punti”: meno testo generato, meno energia.
- Correggi, non rigenerare. Invece di premere “rigenera” sperando nella fortuna, indica con precisione cosa cambiare.
- Una chat per argomento. Quando cambi tema, apri una nuova conversazione: il modello non dovrà rileggere tutto il resto.
- Scegli lo strumento giusto. Per compiti semplici basta un modello leggero; i modelli “che ragionano” tienili per i problemi davvero complessi.
- Non usare l’IA per ciò che fa già altro. Una data, una definizione, un calcolo: dizionario, calcolatrice e motore di ricerca bastano e avanzano.
- Immagini e video solo quando servono davvero, non per gioco o per “vedere cosa viene fuori” dieci volte di fila.
- Riusa. Salva i prompt che funzionano e trasformali in modelli: il lavoro fatto bene una volta non va rifatto.
- Raggruppa. Meglio una richiesta ben organizzata con tre compiti che tre richieste sparse nell’arco della giornata.
E in classe? La sobrietà si può trasformare in attività didattica. Una proposta semplice: prima di usare l’IA, gli studenti scrivono il prompt in brutta copia; lo scambiano con un compagno, che lo rilegge e suggerisce cosa manca; solo allora lo inviano. E alla fine si conta: quanti tentativi sono serviti? Chi ha ottenuto una risposta utile al primo invio?
È un modo concreto per spostare l’attenzione dal prodotto al processo, per allenare la precisione linguistica e, insieme, per rendere visibile un costo che di solito resta invisibile. Si può anche fare un esercizio di stima con i numeri citati sopra: quanta energia consuma una classe che usa l’IA ogni giorno per un anno? E se ogni studente dimezzasse i tentativi? Matematica, educazione civica ed educazione ambientale nello stesso quarto d’ora.
Va detto che la sobrietà del singolo non risolve il problema. Le scelte che contano di più — da quali fonti energetiche vengono alimentati i data center, quanta acqua consumano e in quali territori, quanto sono trasparenti le aziende sui loro dati — non si decidono davanti alla tastiera di uno studente di seconda media. Ma la sobrietà non è solo una questione di kilowattora risparmiati. È un’abitudine culturale: come chiudere il rubinetto mentre ci si lava i denti, non cambia da sola il bilancio idrico del pianeta, ma costruisce una sensibilità che poi si porta nelle scelte più grandi, anche in quelle di cittadini.
Se vuoi approfondire vedi anche: Il maxi impatto ambientale dell’AI.