Ci sono molti corsi per i docenti sull’uso dell’AI nella didattica. Io stesso ne ho curato uno.
Del resto, ci sono molti corsi e webinar e convegni sulla presenza dell’AI nella società e nel mondo del lavoro, quindi è bene che la scuola non sia esclusa dal dibattito sulle potenzialità dell’AI, essendo già entrate (in diversi modi) nel mondo degli studenti.
Tuttavia, la maggioranza dei contenuti è generica e procedurale; al massimo fornisce indicazioni di carattere pedagogico, che comunque già si inseriscono nel filone del rapporto tra scienze cognitive e tecnologia.
Su questo versante, si inseriscono gli avvertimenti scientificamente sostenibili di FEM (ad esempio), che aiutano a riflettere sull’opportunità di fornire contenuti “multipli” e strategie digitali motivazionali compatibilmente con gli studi delle neuroscienze sull’apprendimento.
Per il resto, in nome di una saggezza un po’ scontata, si aggiornano i “mantra” della tecnologia come “mezzo”, della necessità dell’uso critico, dell’opportunità di soppesare (intuitivamente?) possibilità e rischi.
Chi crede comunque che, in nome della sicurezza, sia possibile una restaurazione pre-tecnologica, richiama teorie censurantistiche o tecnofobe di lunghissimo corso; dall’altra parte, abbiamo invece chi pensa che tale restaurazione sia illusoria e sponsorizzi spesso null’altro che la cessione “in bianco” alle umane sorti e progressive.
Manca un vero approccio didattico, cioè un nuovo paradigma che ci dica chiaramente quando usare e come l’AI (e già che ci siamo quale scegliere).
Ovviamente, il mio approccio non è tecnofobo. Anche se capisco l’opportunità di censurare per la scuola dell’infanzia e il primo ciclo della primaria, in linea di massima la censura è un approccio perdente, anche perché è di fatto un non approccio. Nessuna vera educazione, nessun vero apprendimento nasce dall’assenza di rischio.
Le TIC possono essere usate per cercare, per modificare, per produrre.
Le AI fanno tutto questo “di più” e “meglio”, quindi già da molti anni (dopo l’avvento dello smartphone, internet per le masse e i social network, che sono la massima espressione del web 2.0) è possibile utilizzare in classe lavagne interattive e device mobili per cercare informazioni, selezionarle, organizzarle, modificarle, produrle, condividerle, pubblicarle. Poiché tutto questo è possibile – e spesso, nel mondo lavorativo e relazionale che vivremo fuori da scuola, necessario – sarebbe bene che fosse anche praticato a scuola, mutatis mutandis.
Non prendo in considerazione l’era tecnologica pre-telematica.
Internet ha reso possibili e semplificato molte operazioni, ma non si è mai sostituito (tranne in casi particolarissimi) allo sforzo umano, ne ha semmai richiesti di aggiuntivi. Il vero rischio e pericolo di Internet è la sfida del vero o falso, nel senso che la ricerca o la costruzioni di contenuti si base pur sempre su contenuti veicolati dalla rete, che non sono sempre attendibili. La ricerca on line di materiali di partenza (o la contestualizzazione di materiale non contestualizzato, se preferiamo usare un gergo più ricercato, ma che è una delle specificità e dei valori aggiunti delle TIC: l’innovazione, la