Moltissimi i dibattiti e i corsi sull’AI (con attinenza alla didattica o meno). D’altronde, l’avvento dell’AI può essere paragonato a quello di Internet: è un paradigma apparentemente incontrovertibile, con impatti enormi (non ancora esaustivamente descritti) sulla società e quindi anche sul mondo educativo.
Tuttavia, occorre sottolineare come al tempo stesso il tema abbia per così dire “cannibalizzato” la riflessione sulla scuola digitale.
Potrebbe essere che anni di formazione su STEAM e coding abbiano inflazionato il tema delle TIC o addirittura “esaurito”, in un certo senso, la “vena aurea” dell’innovazione digitale e che l’AI vada quindi a colmare un vuoto prevedibile; o al contrario a rappresentare un nuovo mercato, dopo che il precedente è stato saturato (più nelle parole che nei fatti, peraltro).
La mia opinione è che l’importanza delle TIC tradizionali (l’AI ha trasformato la dicotomia digitale vs analogico in una nuova contrapposizione, per così dire più “contemporanea”: quella tra digitale tradizionale e machine learning ed ai generativa) sia invece stata (quasi) improvvisamente ridimensionata da una tecnologia che riesce a fare le stesse cose, prima e meglio.
Dunque non è strano che l’AI abbia affievolito il dibattito sulle TIC. Altrove, ho sostenuto che da certi punti di vista l’AI sottrae al costruttivismo la necessità di una forte competenza progettuale e certamente quella della produzione. Anche la ricerca si è fatta più “superflua”, in un certo senso.
Le tecnologie digitali tradizionali, qualcosa più qualcosa meno, servivano a cercare, organizzare, produrre e condividere informazioni e contenuti. Si poteva discutere eventualmente se fosse più funzionale all’apprendimento il software che predisponeva modelli pronti (es. Genially) vs quello che imponeva una progettazione da zero (o quasi). Ciò naturalmente dipende dagli obiettivi specifici e dalla condizione dello studente, se più o meno bisognoso di “procedure” accessibili. In ogni caso, l’uso accorto delle TIC ispirava l’apprendimento attivo e ogni “fase” aveva un suo “aspetto” compensativo, piuttosto che dispensativo. L’AI ha accelerato tutto, con seri rischi di impigrimento su tutta la linea. Le stesse TIC sono quindi valutate con “imbarazzo”, dal momento che esse sono state difese perché più comode e accessibili e rischiano di soccombere ad una… grande sorella che fa tutto meglio e prima.
Gli stessi software hanno intuito di poter sopravvivere sul mercato se incorporano l’AI. Pensate a Canva, come sia divenuto il programma prediletto di scuola di formazione tutte improntate sull’integrazione “naturale” tra le procedure avanti AI e dopo AI. Ma la verità è che chi si può permettere l’opzione a pagamento, non userà più Canva per personalizzare i modelli precedenti, ma lo farà semplicemente scrivendo cosa vuole e aspettando che l’AI di Canva faccia tutto il resto, testi, grafica, design, ecc.
E fu così che, volutamente o no, forse blandendo un ipotetico business, le app “tradizionali” hanno prima accolto l’AI come un ospite talentoso, poi si sono praticamente “pensionate”, lasciandogli tutta quanta la casa libera.